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Tratto da "Castelli del Ticino e del Grigioni italiano"
Il Castello di Mesocco
Il solco profondo che costituisce la
Valle Mesolcina è suddiviso in diverse zone le quali, pur differenziandosi
per il paesaggio, il clima e la densità della popolazione, forma un'unità
omogenea dal punto di vista storico. Le rocche medievali sono concentrate
nella parte inferiore della valle, nei dintorni di Roveredo; il complesso
più significativo sul piano storico si erge invece presso Mesocco a nord
della vallata. Le rovine del Castello di Mesocco sorgono sulla sommità di
un'imponente altura rocciosa che s'innalza scoscesa dal fondovalle,
costringendo la Moesa a compiere una larga ansa in una angusta gola
impraticabile, che solo ad occidente lascia libero uno stretto passaggio.
In questo punto passava l'antica strada che collegava il valico del
S.Bernardino a Bellinzona e alla Lombardia. Purtroppo la costruzione della
nuova autostrada incuneata nella strettoia di Mesocco ha compromesso
irrimediabilmente il fascino selvaggio del paesaggio. L'unico vantaggio
conseguito è che, prima della costruzione dell'arteria, si è avuta la
possibilità di effettuare scavi archeologici ai piedi della collina, nella
parte occidentale. Nel corso degli scavi sono state portate alla luce le
rovine di un vasto abitato preistorico e soprattutto i resti di una
fortificazione ben agguerrita. A quanto pare anche nell'epoca che
precedette la conquista romana si erano intraviste le possibilità di
difesa offerte dalla posizione favorevole della zona presso Mesocco e si
era provveduto a sfruttarle con la costruzione di una potente piazzaforte.
Alcuni reperti archeologici risalenti all'epoca preistorica, rinvenuti
sulla sommità dell'altura del castello, dimostrano che sul terreno
occupato più tardi dalla rocca medievale si ergeva fin da tempi remoti un
abitato preistorico, munito con tutta probabilità di opere difensive.
Il Castello di Mesocco è protetto su tre
lati da ripidi pareti rocciose. Solo a nord-est, dal lato della valle
rivolto a monte, il pendio scende più dolcemente. Proprio in questo punto
è stato possibile costruire la strada di accesso proteggendola con opere
difensive più agguerrite. Se si sale al castello dalla parte nord
percorrendo l'antica strada d'accesso si arriva dapprima alla chiesa di S.Maria del Castello e ci si trova già sul terreno del
castello, un tempo circondato da un muro fortificato. Allo scadere del XV
secolo, nel corso cioè delle ultime opere di potenziamento della rocca,
anche la collina più bassa a nord-est del castello con la chiesa di S. Maria venne inserita nel complesso fortificato con
la costruzione di un imponente muro di cinta. Gli sviluppi registrati
dall'artiglieria di assedio nel XV secolo resero necessaria la costruzione
di opere di difesa sulla collina adiacente, lontana appena 100 metri,
dalla quale si potevano colpire a colpi di mortaio gli eventuali
assalitori della rocca. Attualmente rimangono ancora pochi ruderi di
queste opere fortificate esterne. Dalla chiesa di S.Maria del Castello la
vecchia strada sale fino alla rocca principale che occupa tutta la
spianata del colle roccioso.
Le impressionanti rovine sono formate
principalmente dai ruderi delle opere di difesa erette negli ultimi
decenni del XV secolo, ossia nell'ultimo periodo di vita
del
castello. Tra queste si riconoscono
pure numerosi ruderi risalenti ad
epoche precedenti cosicché dall'aspetto attuale del castello traspare
tutta la sua movimentata storia che ha le sue radici nel primo Medioevo.
La rocca principale è serrata da un poderoso muro di cinta che si snoda
in modo irregolare. Diverse torri di varia fattura permettevano di tenere
lateralmente sotto il tiro delle armi da fuoco il muro di cinta. Nel loro
aspetto attuale queste torri sono state erette allo scadere del XV secolo
al pari di considerevoli parti dello stesso muro di cinta. All'interno del
muro si trovano di tanto in tanto degli angusti locali a volta, dotati di
feritoie, per armi di piccolo calibro. Particolarmente ben conservato è il
portone del castello nella parte di sudovest del muro di cinta. Un ponte
levatoio, sostituito attualmente da una costruzione fissa, conduceva a un
torrione d'entrata munito di feritoie superando il fossato scavato nella
roccia. All'interno della torre l'accesso girava ad angolo retto a
sinistra e, prima di raggiungere il cortile interno, si doveva valicare un
secondo portone. In passato il muro di cinta e le torri che lo
affiancavano terminavano con una corona aggettante di merli sostenuta da
mensole dei quali sono rimasti alcuni ruderi. All'interno il cortile di
forma irregolare balza agli occhi per la sua vastità. Nel Medioevo
tuttavia gran parte della superficie attualmente libera era occupata da
costruzioni come viene attestato da numerosi resti di fondamenta. In base
ad alcuni documenti del XV secolo si è potuto identificare una parte di
queste costruzioni. A sinistra del portone si trovava un'officina di
fabbro mentre l'ala allungata che s'impiantava sul lato orientale del muro
di cinta, a destra dell'entrata,
ospitava probabilmente la scuderia. Una costruzione quadrata, di cui
attualmente si notano solo alcune tracce delle fondamenta si trovava nel
settore di sud-ovest del cortile ed era adibita con tutta probabilità a
bagno. Il complesso degli edifici che confinava a nord-est col muro di
cinta ospitava un caseificio, una fonderia e altre officine. Una cisterna
scavata nella roccia si è conservata pressoché intatta fino ai nostri
giorni. Lungo il tratto di mura di nord-ovest si trovavano altri opifici.
In prossimità della chiesa di S.Carpoforo si ergeva una costruzione a più
piani dove probabilmente risiedeva il canonico del castello. Al
pianoterra si trovava un panificio come viene testimoniato dai resti di un
grande forno. La summenzionata chiesa di S.Carpoforo si trovava al centro
di un terreno consacrato di estensione sconosciuta posto all'interno del
castello, del quale faceva parte anche un cimitero con alcune pietre
tombali. La chiesa con la sua abside rotonda all'interno e rettangolare
all'esterno e il campanile isolato di forma
slanciata risalgono all'XI secolo.
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1
Accesso principale
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- 2 Mura con
torri per bocche da fuoco
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- 3 Rocca centrale
- 4 Chiesa di
S. Carpoforo
- 5
Edifici attinenti
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Gli affreschi, di cui oggi rimane solo
qualche traccia di colore, mentre alcuni decenni fa erano ancora ben
visibili, risalgono, sembra, al XV secolo. Le rovine attuali della chiesa
poggiano sulle fondamenta di un'altra cappella del primo Medioevo, costruita
nel VI o nel VII secolo della quale nel corso di opere di scavo sono state
portate alla luce alcune tracce di fondamenta. All'interno della vasta
superficie occupata dai diversi edifici si trovava un muro quadrato che
racchiudeva la rocca centrale, formata da diverse costruzioni. La parte più
antica era rappresentata da un'imponente torre costruita con pietre
squadrate e disposte accuratamente a strati. All'inizio dello scorso secolo
la torre era ancora in piedi ed è crollata più tardi. Attualmente resta
ancora uno spuntone di muro. L'accesso sopraelevato che si nota ancora nella
parte inferiore della torre era raggiungibile con una scala esterna di
pietra. Dal mastio si dipartiva un muro di cinta di forma quadrata. Sul
lato nord si trovava una porta che immetteva in un cortile interno
lastricato dove si trovava una cisterna. All'interno della rocca centrale si
ergono le rovine dell'ala destinata alle abitazioni, formata da più edifici
costruiti in diverse fasi. I più antichi, risalenti al XIII e al XIV secolo,
si trovano nella parte rivolta a sud-ovest. Oltre ai locali abitati si
notano ancora le canne fumane, una cucina col focolare, un forno attiguo ad
una dispensa e inoltre un gabinetto con due nicchie per sedersi e i resti di
una scala esterna. Un grande edificio, come si può vedere anche dalle rovine
attuali, è stato costruito verso il 1400 nella parte di nord-ovest del
castello centrale. Il palazzo aveva tre piani con ampie sale e camini e le
pareti ornate di affreschi. Alcuni resti delle pitture si possono ammirare
al pianterreno e risalgono agli inizi del XV secolo.
Le rovine del Castello
di Mesocco sono state riportate alla luce e restaurate nel 1925/26.
Purtroppo in quell'occasione non è stata attuata un'accurata analisi
archeologica e pertanto rimangono numerose incertezze sullo sviluppo
architettonico del castello. La sua storia si può riassumere a grandi tratti
come segue:
sul luogo di un nucleo abitato preistorico, protetto da difese
naturali, venne eretto nel primo Medioevo o al più tardi nel VII secolo un
castellochiesa con un terreno consacrato, dove si trovava la chiesa di
S.Carpoforo e un cimitero, e con una parte fortificata, racchiusa da un
muro, dove, in caso di guerra, trovava rifugio la popolazione. Allo scadere
del millennio il complesso divenne un vero e proprio castello abitato
permanentemente da una famiglia nobile sconosciuta. Nell'XI secolo la
chiesetta di S.Carpoforo venne sostituita da un altro edificio sacro con
campanile isolato. Nel XII secolo venne costruito l'imponente mastio che
conferì al castello un aspetto maestoso. Durante il XIII e il XIV secolo il
castello fu al centro di un'intensa attività edilizia. Ancora nel XIII
secolo venne costruito un muro di cinta più possente sormontato da merli e
all'interno del castello, nella rocca, si costruì il primo palazzo. La
costruzione di altri edifici con le diverse officine limitò sempre più la
superficie del cortile destinata ad ospitare la popolazione in fuga finché
l'intero castello rimase esclusiva dimora dei signori mentre la popolazione
venne accolta solo in casi eccezionali. Si ha notizia che verso il 1400
furono attuate notevoli opere di ampliamento. In quell'epoca venne costruito
il grande palazzo nell'angolo di nord-ovest della rocca e la cerchia di mura
esterna venne rafforzata con torri affiancate e merli a coda di rondine. Le
ultime opere di una certa entità vennero attuate alla fine del XV
secolo e caratterizzano
l'aspetto attuale del castello. Dopo il 1480 vennero innalzate le mura di
cinta con torri per i pezzi di
artiglieria. Con la costruzione di un altro muro si racchiuse il terreno a
nord-est del pianoro. Le nuove opere edilizie vennero adattate alle
innovazioni subentrate nel campo dell'artiglieria. Verso il 1500 inoltre il
Castello di Mesocco era difeso da un considerevole equipaggiamento militare
costituito da mortai, altre bocche da fuoco di media e breve gettata, un
cospicuo numero di armi da fuoco e quattro bombarde, ossia pezzi di
artiglieria di grosso calibro impiegati nelle operazioni di assedio. Nel XV
secolo la rocca di Mesocco era pressoché inespugnabile e, stando alle
parole di un esperto militare milanese, il castello poteva essere
conquistato solo "con la fame e il tradimento".
Le attuali rovine si
impongono agli occhi del visitatore soprattutto per le imponenti opere di
difesa. Non bisogna comunque dimenticare che il castello, oltre che ad
essere una agguerrita piazzaforte, era pure un centro feudale e
amministrativo dove risiedevano i signori della Mesolcina. La storia non
nomina il primo proprietario del castello. A partire dal XII secolo e forse
anche prima, la rocca apparteneva ai baroni Sacco, imparentati con gli Udalrichinger, i vecchi conti della Rezia superiore, e probabilmente anche
con i Torre, signori della Valle di Blenio. L'ascesa al potere dei signori
Sacco fu favorita forse da Federico Barbarossa per il quale si erano schierati
nella seconda metà del XII secolo. Nel corso del XIII secolo i Sacco
riuscirono a porre sotto la loro signoria l'intera valle. I signori locali
vennero via via allontanati o assoggettati e il Castello di Mesocco assurse
a centro residenziale dei Sacco nella Mesolcina. Altri rami collaterali dei
Sacco si stabilirono fino al 1500 circa in altre rocche della valle: a
Norantola, nella Torre Fiorenzana a Grono, a S.Maria di Calanca e nel
castello sopra S. Vittore. Col pretesto di
proteggere la nuova colonia vallesana
nel Rheinwald i Sacco attaccarono nel XIII
secolo le terre oltre il S.Bemardino conquistando nuove regioni e restando
coinvolti nelle faide che dilaniavano le famiglie nobili della Rezia. Ulrico
II fondò nella Valle del Reno presso S.Gallo la dinastia degli Hohensax e
verso il 1380 i signori Sacco della Mesolcina entrarono in possesso
dell'eredità dei baroni di Belmont che avevano i loro possedimenti nella
Rezia superiore tra Flims e Ilanz.
Con Alberto Sacco la famiglia raggiunse
tra il XIV e il XV secolo il suo apogeo. Approfittando dei disordini che
sconvolgevano il ducato di Milano, Alberto si impadronì dei territori di
Bellinzona, del Blenio e di Monte Dongo ma non riuscì a conservare a lungo
queste nuove conquiste. Un decreto imperiale concesse in quell'epoca alla
famiglia Sacco il titolo di conte. Con la morte di Alberto, avvenuta in
circostanze misteriose nel 1406 a quanto pare in seguito ad un attentato, le
sorti della casa Sacco incominciarono a declinare. La Mesolcina venne a
trovarsi sempre più al centro delle tensioni tra il ducato di Milano, le
città della Confederazione e della Lega Grigia. Nel XV secolo il Castello
di Mesocco ospitava ancora una corte principesca anche se il potere dei
conti Sacco veniva sempre più minacciato dalle pressioni esterne,
soprattutto dai Confederati, da Milano e dal crescente malumore della
popolazione valligiana sobillata dagli esponenti della Lega Grigia. Nel 1458
i conti Sacco stipularono un patto col convento di Disentis col quale si
impegnavano a lasciare libero accesso al Castello di Mesocco agli esponenti
del convento e di conseguenza anche a quelli della Lega Grigia.
Per evitare
il crollo del loro feudo nella seconda metà del XV secolo i conti Sacco si
allearono a Milano. Tale unione acuì maggiormente il malcontento dei
sudditi per cui nella guerra di Giornico del 1479 il conte
Giovanni Pietro passò dalla parte dei Confederati e dei Grigionesi. Un colpo
di mano intrapreso dalle truppe di Milano al fine di occupare per motivi
precauzionali il Castello di Mesocco venne sventato dalla Lega Grigia che
insediò una guarnigione nella rocca. Il conte Giovanni Pietro, vedendo che i
suoi domini erano diventati il pomo della discordia tra Milano, i Grigionesi
e i Confederati, si decise a vendere le sue proprietà. Per non provocare la
reazione dei Confederati, Milano si ritirò dall'affare e contemporaneamente
incaricò il condottiero Gian Giacomo Trivulzio di interessarsi all'acquisto.
Questi riuscì col trattato del 1480 ad accaparrarsi il dominio della
Mesolcina compreso il Castello di Mesocco. La vendita scatenò nella valle
gravi agitazioni che si protrassero per molti anni. Gli abitanti rifiutarono
di sottomettersi al nuovo signore e fra il conte Pietro Sacco e la famiglia
Trivulzio scoppiò una lunga controversia per la corresponsione della somma
pattuita per l'acquisto, alla quale erano interessati anche i rami
collaterali della famiglia Sacco, che pretendevano un indennizzo. Un
arbitrato confederato giunse nel 1481 a una composizione della vertenza. Il
malcontento della popolazione si placò solo nel 1483 dopo che Trivulzio
promise di rispettare i diritti dei sudditi e di lasciar aperto il castello
ai Grigionesi.
L'instabilità nei rapporti di forze, la vicinanza delle forze grigionesi sempre pronte a un confronto armato e il raffreddamento dei
rapporti tra Trivulzio e il duca di Milano costrinsero il nuovo signore
della Mesolcina a trasformare il Castello di Mesocco in una fortezza
inespugnabile. Tra il 1480 e il 1490 gli ingegneri italiani eressero quella
cerchia di mura poderose e quelle possenti torri di difesa che ancor oggi
suscitano la nostra meraviglia. Al fine di evitare le difficoltà in campo
politico, nel 1496 Trivulzio entrò a far parte della Lega Grigia e si
dichiarò disposto a rifornire i suoi due castelli di Mesocco e di Roveredo
di armi, truppe e vettovaglie e di lasciarli aperti ai Grigionesi in caso di
guerra. Nella guerra di Svevia del 1499 e nelle successive campagne militari
le forze della Lega Grigia impiegarono spesso i pezzi di artiglieria del
Castello di Mesocco.
La fine del superbo castello fu del tutto ingloriosa.
Nel 1526 le Tre Leghe decisero di radere al suolo il Castello di Mesocco
dopo le spiacevoli esperienze fatte col signore di Musso e il suo castello
sul Lago di Como. La decisione venne portata a termine malgrado le
esitazioni dei Confederati. Da allora il castello è una rovina.
L'amministrazione del territorio venne trasferita nel palazzo Trivulzio a
Roveredo. Nel 1549 gli abitanti della Mesolcina
ottennero la loro indipendenza dai Trivulzio e nel 1551 entrarono a far
parte della Lega Grigia.
Testo di Werner Meyer,
Edizioni Silva, Zurigo, 1982
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